Varcare la soglia dell’ombra

L’articolo che ti propongo oggi potrebbe dare un po’ di vertigini. Quello che io ti inviterei a fare questa volta non è tanto una lettura, ma un’esperienza. Per prima cosa guarda il piccolo video amatoriale che ho girato mentre camminavo su un sentiero nel bosco, non lontano da casa, in Umbria. Guarda attentamente l’ombra che scivola sui sassi, sulle piante, sulla terra. (Puoi togliere il suono, forse il silenzio è più appropriato per questa esperienza). Guarda attentamente l’ombra: non ha spessore, non è fatta di molecole, eppure ha una forma; è assenza di luce, eppure è presente – esistenza senza consistenza!

Vivila come se fossi tu a camminare accanto alla tua ombra, adesso. ( E ti invito a farlo davvero, questo viaggio, nella natura, da solo, quando vorrai). Vedi l’ombra – la tua ombra – come simbolo. Il simbolo di un limite – un limen – tra la tua mente di tutti i giorni e qualcos’altro. Senti l’ombra come una Soglia. Una Soglia che porta dove?  Prova a sentirlo con il tuo corpo.

Questo “dove” potrebbe essere quello che gli antichi chiamavano il mondo infero, l’Underworld, o ancora, risalendo alla tradizione gnostica, il nous? A me piace chiamarla Anima. Di qua dell’ombra ci siamo noi, c’è la nostra mente conscia, ragionevole e addestrata, che usiamo tutti i giorni, e che crede di sapere. E forse dall’altra parte dell’ombra c’è invece una mente molto più vasta che sa di non sapere, socraticamente parlando. Direi anzi che sa di non aver bisogno di sapere, o meglio ancora, sa senza aver bisogno di sapere. Questo sapere senza aver bisogno di sapere – poiché il bisogno appartiene solo alla mente al di qua dell’ombra, alla mente che si illude di poter controllare tutto dopo essersi erroneamente pensata separata dal Tutto – è quello che gli antichi vedici[1] chiamavano vijnâna e che potremmo oggi tradurre con Conoscenza. La Conoscenza dei vedici è un’esperienza mistica, è lo stato dell’essere che precede la beatitudine, ânanda. Non lo dicono solo nei Veda, ma in tanti altri testi di tradizioni sapienziali antiche, e alcuni popoli lontani dalla cosiddetta civiltà possiedono tuttora questa conoscenza. È una conoscenza rivelatoria. È rivelazione, ed è profondamente vissuta con ogni cellula del corpo da questa parte dell’Ombra, nell’aldiqua, come un riverbero di Luce.

E se la nostra ombra fosse un memento – una specie di post-it magico – un ricordo costante, istante dopo istante, del fatto che noi viviamo contemporaneamente in due mondi? Siamo contemporaneamente nell’aldiqua, il mondo visibile, misurabile, tangibile; e nell’aldilà, il mondo invisibile, impalpabile, quello di cui Dante diceva: “Trasumanar significar per verba non si porìa“. Perché dall’aldilà non si può tornare nell’aldiqua per spiegarlo con le parole, come si spiega un lenzuolo, appiattendolo; semmai, possiamo solo evocarlo, attraverso la poesia, o attraverso qualunque altra forma creativa per immagini. L’aldilà È il Regno delle Immagini. L’aldiqua è il suo Riflesso, il regno dei Simboli che ci ricollegano, dall’altra parte della Soglia, alle Immagini con la I maiuscola. Inoltre, la nostra ombra si “accende” solo quando c’è il sole, o un’altra fonte di luce. Similmente, noi riusciamo a “leggere” l’Immagine dietro al Simbolo solo se non siamo spenti, ma consapevoli, svegli.

Potremmo chiamare l’aldilà anche regno sovraceleste, invece che infero (per evocare, appunto, immagini meno fosche), seguendo un’intuizione bellissima di alcune meditazioni taoiste, durante le quali colleghiamo intenzionalmente le nostre radici prima al centro della terra, e poi le immaginiamo allungarsi fino all’altra parte del Pianeta, così da sentirci tutt’uno con il Cielo/Spazio, sia sotto che sopra, e in ogni altra direzione.

Ecco, quello che vorrei, quello che mi piacerebbe, è proprio che anche tu scoprissi quello che ho scoperto camminando, ossia che tu entrassi nella tua ombra come se fosse una Soglia, per vedere cosa c’è dall’altra parte. 

Questa esperienza mi è capitata nella natura, in un bosco: la Natura è il luogo privilegiato per evocare e ricevere rivelazioni, perché essa è in grado di renderci più porosi all’invisibile, calmando il chiacchiericcio della mente piccola e permettendoci di allentare la presa, quell’artiglio che teniamo avvinghiato al già noto; l’immersione nella Natura ci consente di lasciarci scivolare nell’ignoto, con cuore impavido, curioso e ispirato.


[1] Taittirîya Upanishad – Bhriguvallî – versetti 5 e 6. Li ho trovati nel bellissimo libro di Giulio Cogni, Ahamannam, Io sono Cibo, Edizioni Mediterranee.

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