Gabbie dorate e probiotici del nuovo mondo

Nido nel bosco Collage di Panna

Ultimamente, a causa anche della difficile situazione economica in cui ci troviamo in tutto il pianeta, nei social e in vari altri mezzi di comunicazione spuntano come funghi proposte per accrescere il proprio guadagno con mezzi apparentemente nuovi e planet-friendly. Per esempio, siamo invitati a guadagnare somme ragguardevoli vendendo in occidente prodotti (spesso inutili) fabbricati in remote aziende asiatiche, tramite una nota catena di distribuzione online mondiale. Oppure tanti, tantissimi corsi di “crescita personale” nei quali, ad esempio, l’organizzatore posa con un sorriso serafico davanti all’ultimo modello dell’ automobile elettrica più in voga del momento (che costa quanto una casa).

Molti percorsi che ci invitano sotto l’etichetta di “crescita personale” a diventare una versione 2.0 di noi stessi, migliore e più benestante, possono a volte nascondere un inghippo, di cui nemmeno i loro organizzatori in buona fede si sono accorti. La domanda che essi dovrebbero porsi, e noi insieme a loro, è la seguente: che cos’è che vogliamo far crescere? Credo davvero che sia una domanda cruciale, se vogliamo davvero cambiare paradigma, rispondendo così al messaggio ineludibile che ci sta urlando ora la natura, insieme alla sua voce dentro di noi, la voce della coscienza… Ripeto: cos’è che vogliamo far crescere? L’io piccolo o quello vasto e misterioso (che, tra l’altro, non ha bisogno di essere accresciuto, ma semmai, riconosciuto, esplorato, goduto e travasato nella nostra realtà quotidiana)? 

Cerco di spiegarmi con parole semplici: esiste un mondo che conosciamo bene, perché è quasi l’unico che frequentiamo, ossia quello della razionalità ipertrofica, che di fatto è una gabbia. È una gabbia, perché è la somma assai caotica di  idee,  pensieri e (pre)giudizi che abbiamo ereditato, che non abbiamo mai veramente messo in discussione e che ci hanno portato alla situazione attuale. È quello che alcuni chiamano condizionamento, o mente condizionata, il cui inconsapevole ricettacolo è quello che a me piace chiamare “io piccolo”. Lo chiamo così perché un po’ mi fa tenerezza, mi fa compassione, come un bambino piccolo che vedo alle prese con qualcosa che non può capire, e che soffre, perché non sa come comportarsi e si sente sempre inadeguato, dato che non cessa mai di paragonarsi agli altri, di esprimere giudizi su di sé e su tutto ciò che lo circonda, che percepisce come sostanzialmente ostile (a causa, appunto, dei condizionamenti trangugiati sin dai tempi della culla).
Facciamo qualche esempio di pregiudizio o idea condizionata (in base alla quale, ahimè, costruiamo la nostra realtà): in natura vige la legge del più forte e una sana (sic) competizione è il motore dell’evoluzione; le donne sono meno forti fisicamente e più emotive, ergo  è naturale che vengano pagate meno degli uomini per una medesima mansione;  è segno di responsabilità e maturità mettere sempre il dovere davanti al piacere; il denaro è una cosa sporca e finisce sempre e solo nelle mani dei prepotenti; gli uomini veri non piangono mai perché piangere è segno di debolezza (sottinteso: da femminucce); qualsiasi malattia va combattuta prima di tutto con i farmaci preferibilmente chimici creati cinquant’anni fa, perché le nostre difese naturali, evolute in milioni di anni, sono inaffidabili; il successo di un’impresa si vede dalla continua crescita dei suoi profitti (e guai se scende anche solo di uno 0,01%!); il profitto ha sempre il primo posto, anche rispetto ad una foresta millenaria che può essere distrutta per piantare ettari di soia transgenica (che io mi spalmo allegramente sul viso oppure do alle mie mucche senza pormi domande). Il profitto viene prima di un lago che può essere inquinato dalle deiezioni degli allevamenti intensivi di animali (martoriati) sulle sue rive, e viene prima delle sorgenti d’acqua che vengono rubate agli abitanti di un luogo per essere imbottigliate e vendute a caro prezzo a me e a quegli stessi abitanti, che da tempo immemorabile la bevevano gratis e con gratitudine ne preservavano la purezza.

Ci piacerebbe tanto che questa gabbia fosse dorata: vorremmo continuare a fare quello che abbiamo sempre fatto stando più comodi  in questo piccolo spazio esiguo, forse sicuro, sì (anche se è tutto da provare), ma tanto stretto da risultare soffocante. Una modalità molto in voga per migliorare l’arredo della nostra cella carceraria  è il cosiddetto “pensiero positivo”. Il pensiero positivo ci induce a credere che sostituendo ad un pensiero pesante o “negativo” uno più piacevole le cose cambino veramente. Ma come diceva anche il nostro caro Einstein, non si può cercare di sistemare un problema o guarire un disagio usando la stessa cosa che li ha provocati. Altrimenti detto, non possiamo usare la razionalità come strumento per cambiare idee acquisite che sono profondamente radicate in noi.  Questa è in realtà una forma di anestesia: cerco di anestetizzare il dolore che mi provoca un dato pensiero pesante ereditato con un pensiero solo apparentemente più leggero e più bello che mi scelgo “io”. Metto un bel quadro sulla crepa del muro della mia cella per renderla più carina. Oserei quasi dire che questa è una forma di autoipnosi. È come se  aggiungessimo un’ipnosi un po’ più piacevole all’ipnosi collettiva, più dolorosa, in cui siamo immersi dalla nascita. Stiamo soltanto cercando di migliorare i nostri pensieri per stare meglio nella gabbia generata da tante altre idee che qualcuno prima di noi ha pensato al posto nostro per motivi suoi, che ora ci sfuggono, ma che non mettiamo in dubbio (per comodità, eh sì…).


Se invece vogliamo davvero trovare una chiave per uscire dalla gabbia, senza dover guardare i pensieri condizionati uno ad uno per trasformarli (che è una fatica degna di Sisifo),  il paesaggio deve cambiare radicalmente: tocca andare oltre la porta di ferro della razionalità fine a se stessa. Come fai a distinguere se stai arredando la tua gabbia, oppure se ne stai uscendo? Intanto dovresti provare un po’ di sospetto verso tutto quello che fai con lo scopo di provare a te stesso e/o agli altri che TU vali qualcosa (e non me ne voglia una nota marca di prodotti cosmetici). Se vedi anche per un secondo che sei appena caduto nella trappola del  “credi più in te stesso”, come accennavo prima, gira i tacchi, altrimenti continuerai ad arredare la solita vecchia gabbia, le cui sbarre sono forgiate nei metalli dello sforzo, del successo a gomitate, della competizione, della vanagloria del piccolo io che vorrebbe tanto essere messo su un piedistallo e ammirato da tutti: quel piccolo, tenerissimo io che dice fiero: “Ho fatto tutto io e l’ho fatto da solo!” (applausi).

E invece, guarda un po’, funziona davvero soltanto quello che ti porta a credere in qualcosa di più grande di te. Anzi, che ti conduce ad avere esperienza di qualcosa di più grande di te. Più grande di te può essere la Vita, la Natura, l’Universo, oppure tutto quello che tu percepisci come divino, sacro, numinoso, misterioso e meraviglioso, in cui ti senti abbracciato e accudito come un uccellino nel nido (come nel collage che apre questo articolo).

Prova a chiederti se quello che stai per fare, che stai per compiere, serve a “credere più in te stesso” oppure a scoprire e a vivere una dimensione più grande, avventurosa e creativa di te? Ad esempio: stai per scegliere questo nuovo mestiere perché ti piace davvero e non vedi l’ora di cominciare, oppure perché hai paura di non poter pagare l’affitto, o perché devi dimostrare a tuo padre, a tua madre, ai tuoi amici, che sei capace, bravo e responsabile? Guarda. Osserva in silenzio. Ascolta le sensazioni del tuo corpo e le intuizioni profonde che sgorgano dal silenzio stesso. Solo tu, dal tuo silenzio interiore, puoi rispondere con sincerità a questa domanda*.  Una volta percepita con chiarezza la risposta nel tuo corpo e nel tuo cuore, potrai scegliere se comunque iniziare quel lavoro, ma intanto preparare un piano B per tuffarti in un prossimo futuro in qualcosa che ti entusiasma molto di più, oppure decidere sin da ora di andare in tutt’altra direzione. Per questo genere di decisioni il piccolo io ragionevole è assolutamente competente e utile; e sì, ci vuole almeno un po’ di coraggio e di volontà. L’importante è che tu  sia consapevole e sincero, e che tu prenda la tua decisione a cuor leggero (intendo letteralmente a cuor leggero!).


Non ti è chiaro cosa voglia dire essere entusiasta di qualcosa, sentire che quella è la cosa giusta? Hai mai inaspettatamente scoperto delle parole nuove che si sono allineate su un foglio per far nascere una poesia, in un attimo, come per magia, davanti ai tuoi stessi occhi increduli? Hai mai osservato un paesaggio bellissimo sentendoti travolta da emozioni e da un senso di espansione mai provati prima? Sei mai uscito dalla morsa illusoria del tempo contemplando qualcosa o qualcuno che ti ammutoliva per la sua bellezza? Hai mai pronunciato, mentre parlavi con un amico o un’amica del cuore, parole che nemmeno tu sai da dove ti sono venute, parole aggraziate come fiori che hanno lenito ferite, o pungenti come frecce che hanno colpito il bersaglio?  Se rispondi sì ad almeno una di queste domande sai di cosa sto parlando. Tutte queste, e centinaia di altre, sono esperienze estetiche, e io direi anche estatiche. Il contrario esatto dell’anestesia del pensiero positivo, dell’anestesia della crescita forzata e affannosa del piccolo io. Infatti anche questo è uno dei criteri per riconoscere se stai cercando di arredare la gabbia o di uscirne: se c’è un grande sforzo, un grande dispendio di energie per compiere una data azione, e se al contempo il tuo cuore è pesante o rattrappito, vuol dire che stai soltanto cercando di migliorare il tuo piccolo io, che ama tanto avere il controllo  e arrogarsi la gloria di ciò che ha compiuto. Se invece non c’è alcuno sforzo, ma forse piacere, e la sensazione che tutto accada “da sé”,  o che “qualcosa” ti stia sostenendo da dentro, vuol dire che in realtà tu sei già fuori dalla gabbia.

Uscire dalla gabbia dorata Immagine tratta dal web

Non ci vuole molta fatica a provare meraviglia nel contemplare un’alba mozzafiato. Come non c’è né stress né pena quando stai per intraprendere qualcosa che ti riempie di entusiasmo. E guarda caso la parola entusiasmo deriva dal greco antico enthusiasmós, formato da en (dentro), theós ( dio) e ousía (essenza), ossia “con l’essenza di un Dio dentro di te”… Ci sarà energia da spendere, non c’è dubbio, e ci vuole coraggio, anche un brivido di trepidazione, ma ogni impresa è possibile se c’è lo slancio del dio dentro di te, lo stesso dio che pervade un albero che si innalza verso il sole, o un ruscello che scende dalla montagna e scorre felice verso il mare, come ho già accennato in un mio precedente articolo. Se l’azione la compie il piccolo io c’è sempre fatica, perché il piccolo io vuole sempre dimostrare quanto è grande. Se invece l’azione che stiamo compiendo viene da uno spazio più grande di noi, non c’è nulla da dimostrare: la grandezza è già qui, e noi la sentiamo, la viviamo come un’ esperienza estetica ed estatica, che ci apre il cuore e ci riempie di gioia.


Perché sto scrivendo queste parole? Perché sono convinta che mai più di oggi sia fondamentale e urgente compiere azioni responsabili, scaturite da una visione profonda e sincera, la visione del “dio in noi”. Soltanto l’autenticità e la fedeltà al proprio slancio interiore possono cambiare questo mondo. Anche piccole scelte quotidiane possono avere lo stesso effetto di un  sassetto lanciato in un lago, le cui onde concentriche arrivano fino alla riva opposta, benché lontanissima. Di fatto poi, prima ancora che cambi il mondo, muta subito il nostro mondo interiore, il nostro clima interiore, e questo non ha prezzo. È come se dentro di noi fosse sempre primavera, e passo dopo passo cambia anche il mondo esterno. Diventiamo contagiosi: e questo sì che è un buon virus! Che ne dici: ti piacerebbe essere un probiotico** del nuovo mondo? Vuoi, adesso, essere il lievito del regno dei cieli in terra?

*Questa domanda me la sono posta, anche se non così consapevolmente, sin da giovanissima. Sono grata di appartenere al quel gruppo – spero ampio – di persone che, per dirla come Henri Bergson, un filosofo francese che amo molto, “nascono con un sistema immunitario spirituale che prima o poi fa in modo che essi rifiutino di vedere le illusioni innestate in loro sin dalla nascita attraverso il condizionamento sociale. Sentono che qualcosa manca, ed iniziano a cercare delle risposte. La loro innata conoscenza ed esperienze esterne anomale, mostrano loro un aspetto della realtà di cui gli altri sono all’oscuro, e lì cominciano il loro viaggio nel risveglio. Ogni passo di questo viaggio viene fatto seguendo il proprio cuore e non seguendo le folle, e scegliendo la conoscenza al posto dell’ignoranza “. E parlando di “circostanze anomale” una madre aristocratica cresciuta in un collegio di suore, che non ha mai dovuto lavorare fino al giorno della sua rocambolesca separazione, insieme alle due figlie (una delle quali sono io), da un marito geniale ma guascone (definizione sua), dedito al gioco d’azzardo e che si è giocato pure la casa di famiglia, questa e tante altre avventure mi hanno portata ad essere quello che sono. Quindi sappiate che non sto pontificando, io ho proprio vissuto e vivo così come scrivo in queste righe, e sono grata a Bergson di aver delineato un “ritratto” in cui mi riconosco.

** Secondo la definizione ufficiale di FAO e OMS, i probiotici sono “micro-organismi vivi che, somministrati in quantità adeguata, apportano un beneficio alla salute dell’ospite”.

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